Partiamo dai luoghi comuni: “inutile orpello”, “ottusa burocrazia”, “tutta forma e niente sostanza” e via dicendo.
Se chiedete a una persona di associare un’espressione “gentile” alla privacy, vi dirà quanto sopra o anche peggio.
Eppure… eppure la realtà è ben diversa.
Anni e anni di esercizio quotidiano sul “campo” rendono chiara una realtà ben diversa: la protezione dei dati personali che già è meglio di privacy è materia concretissima.
Qualunque caso che giunge al Responsabile per la Protezione dei Dati personali (il DPO o RPD), è un “pezzo” di vita vera che parte da un fatto reale.
E ogni caso è diverso.
E quindi quella “che barba, che noia” che per molti è la privacy, diventa al contrario materia creativa.
E ancora di più lo diventa quando la disciplina indica i principi e lascia spazio all’interpretazione su quale sia il miglior modo per tutelare i diritti e le libertà delle persone.
Questo è il punto chiave: quanto è grande il perimetro dei diritti e delle libertà? E quanto la cultura, oltre che le leggi, del tempo ne possano modificare l’estensione e la dimensione? La sfida che si nasconde dietro a ogni richiesta di parere di un socio, a ogni istruttoria aperta da un’istanza di un interessato richiedono una risposta né prestampata né scontata ma sempre una risposta che bilanci nel modo migliore gli interessi di tutte le parti: titolari, responsabili, interessati.
E, nel bene e nel male, di queste risposte Lepida soltanto dal 2018 a oggi, sommandole ne ha date più o meno 7mila, ovvero 4 ogni giorno.